Dimenticare Guantanamo

La notizia vista dai quotidiani Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica

 

 

di Claudia Ruiz

 

 

«Sotto la mia Amministrazione, gli Stati Uniti non praticheranno la tortura». Una promessa, un impegno e anche una durissima condanna di chi lo ha preceduto. È bastata il 13 Gennaio 2009 una frase breve a Barack Obama, per inaugurare il suo nuovo corso, ma anche per prendere definitivamente le distanze da George Bush, accusandolo implicitamente di aver violato la Convenzione di Ginevra, avallando il ricorso alla tortura negli interrogatori dei presunti terroristi.

Giorno 13 Gennaio il Corriere della Sera ha riportato un articolo di  Paolo Valentino, corrispondente daWashington, secondo cui "Entro una settimana e forse già dal primo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Barack Obama sarebbe pronto a firmare l' ordine esecutivo per la chiusura della prigione speciale di Guantanamo. Lo hanno detto all' Associated Press due consiglieri del presidente-eletto, in apparenza contraddicendo quello che lo stesso Obama aveva affermato nel corso del fine-settimana. La precisazione in realtà completa le dichiarazioni rilasciate alla Abc dal futuro presidente, il quale aveva messo le mani avanti spiegando che «ci vorrà del tempo» prima di potersi sbarazzare della controversa struttura, creata dall' Amministrazione Bush a Cuba, per rinchiudervi i presunti terroristi islamici". Poi prosegue dicendo "Sul piano concreto, infatti, non c' è alcuna possibilità che le gabbie di Guantanamo vengano fisicamente svuotate dei circa 250 detenuti rimasti entro i primi cento giorni della presidenza Obama. Con le parole del presidente-eletto, troppo complessa è la «sfida» di conciliare dei regolari processi con la necessità di non rimettere in libertà gente «che vuole farci saltare in aria». Ma la firma di un' ordine esecutivo, anticipata dai due consiglieri, avvierebbe la procedura per decidere cosa fare dei prigionieri, quasi tutti membri di Al Qaeda o talebani, alcuni «molto pericolosi», altri sospettati o potenziali testimoni, molti dei quali non sono stati mai accusati formalmente di nulla". "ll Pentagono non ha ancora completato uno studio sul tema e non è esclusa la costruzione di una nuova struttura. L' annuncio dell' ordine esecutivo è stato comunque salutato come «estremamente significativo» dal direttore dell' American Civil Liberties Union, Caroline Fredrickson, secondo cui anche se ci vorrà del tempo per chiudere Guantanamo una volta per tutte, «mette le cose in moto». La direttiva su Guantanamo farebbe parte di una raffica di ordini esecutivi, tesa a rovesciare decisioni dell' Amministrazione Bush, che Barack Obama si appresta a firmare immediatamente dopo il 20 gennaio e che comprende anche il divieto all' uso della tortura e un parziale segnale verde alla ricerca sulle cellule staminali".

In un articolo del 15 Gennaio 2009 La Stampa ha riportato la dichiarazione di un funzionario dell' Amministrazione Bush, che per la prima volta ha ammesso pubblicamente che "l' intelligence militare americana ha torturato un detenuto di Guantanamo, il quale avrebbe dovuto far parte dei commando dell' 11 settembre, ma si vide rifiutato l' ingresso negli Stati Uniti. Susan J. Crawford, un ex giudice militare che dal 2007 guida la commissione del Pentagono che decide se rinviare a giudizio i presunti terroristi, ha detto al Washington Post che il prigioniero di origine saudita Mohammed al-Qahtani nel corso degli interrogatori venne sottoposto a prolungato isolamento, privazione del sonno, esposizione continuata al freddo. Fu anche costretto a denudarsi, camminare incatenato a quattro zampe, abbaiare e fu minacciato con un cane"."È un uomo molto pericoloso - ha detto Crawford al Post riferendosi al terrorista-, non ho dubbi che se fosse riuscito a entrare, sarebbe stato su uno di quegli aerei. Cosa si può fare con lui, se non lo accusiamo formalmente e lo processiamo? Sarei esitante a dire: lasciatelo andare".

Un articolo di Reubblica del 24 Gennaio riporta la notizia di un detenuto di Guantanamo che nel 2007 “è passato attraverso un programma di riabilitazione per ex jihadisti in Arabia Saudita, ora sarebbe tornato nel giro dei terroristi, e diventato un viecapo di Al Qaeda nello Yemen. All' indomani dell' annuncio del presidente Barack Obama della chiusura della prigione speciale, la vicenda di un ex detenuto saudita alimenta le polemiche". "L' ex rivale repubblicano di Obama, John McCain ha apprezzato la «saggia decisione» di chiudere Guantanamo, ma ha avvertito che «l' amministrazione avrebbe dovuto affrontare l' intera questione, compreso cosa fare di chi non possiamo trattenere». Il segretario di Stato Hillary Clinton deve ora trovare alleati disponibili, europei compresi, a farsi carico di una parte dei 245 detenuti di Guantanamo. La possibilità di accoglierli divide i Ventisette: i ministri degli Esteri Ue discuteranno di questo lunedì nel Consiglio in programma a Bruxelles".

Inoltre, un articolo sul Corriere della Sera del 25 Gennaio 2009, la giornalista Maria Serena Natale ha scritto che "sulla carica simbolica del primo atto dell' era Obama tutti i paesi europei sono d' accordo. Sul ruolo da giocare nella «rivoluzione» del nuovo presidente americano, però, l' Europa torna a dividersi. E la Francia di Nicolas Sarkozy a proporsi come mediatrice.La bozza francese prevede che i dossier siano valutati «caso per caso» e sottolinea che la decisione ultima spetterà sempre ai singoli Paesi. Il testo in cinque punti propone che l' Europa si faccia carico del futuro di sessanta detenuti di Guantánamo riconosciuti innocenti dalle autorità militari americane ma esposti al rischio di nuove persecuzioni e torture in caso di rientro nei Paesi di provenienza: prigionieri contro i quali sono venuti a cadere i capi di imputazione e che non dovrebbero quindi finire in carcere". Da qui cominciano i problemi in quanto l'Europa si divide in due parti." Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha sottolineato come sia" inevitabile che in una rinnovata cornice multilaterale l' America di Obama «chieda di più» agli alleati". Sul fronte del no, Danimarca, Olanda, Austria, Svezia. "Ho passato gli ultimi anni a raccogliere i cocci del passaggio americano - ha detto il ministro svedese dell' Immigrazione Billstrom riferendosi all' ondata di profughi dopo l' invasione dell' Iraq -. Ora tocca agli Stati Uniti rimettere a posto". Ancora più netto il ministro degli Esteri austriaco Spindelegger: «La risposta è chiara, no. Se parliamo di cittadini innocenti, non c' è motivo di impedire loro di costruirsi un futuro negli Usa».Berlino aspetta che arrivi la richiesta ufficiale dagli Usa, solo allora la patata bollente passerà alla cancelliera Merkel. Tra ministri degli Esteri pronti a tendere una mano all' alleato d' Oltreoceano e responsabili degli Interni più cauti sulle potenziali minacce alla sicurezza, si spaccano anche i singoli governi.