I sogni americani
Di Vito Piazza
La notizia vista dalla stampa anglofona europea
Barack
Hussein Obama, ex senatore dell’ Illinois, è il nuovo Presidente
degli Stati Uniti d’America. Nelle elezioni del 4 novembre il candidato democratico
ha raccolto 349 Grandi Elettori, il candidato repubblicano John McCain invece
soltanto 173. Il partito di Obama allarga altresì il proprio vantaggio
sia alla Camera che al Senato, all’ interno del quale il nuovo presidente
potrà contare sulla maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. A
dare maggior spessore alle elezioni un tasso di partecipazione elettorale
definito dal giornale britannico Financial Times “il più
elevato da quarant’ anni a questa parte” ( più del 60% degli
aventi diritto).
Questi
i risultati delle elezioni statunitensi che aprono nuovi scenari mondiali, con
il primo presidente afro-americano nella storia degli Stati Uniti. La portata
di un simile avvenimento assume grande risonanza nei quotidiani tutto il mondo.
The Independent riporta il discorso del neopresidente nella
città di Chicago, pronunciato subito dopo i risultati elettorali:
“Se c’è qualcuno al di fuori di questo Paese che ancora dubita
che l’America sia un posto dove tutto è possibile, che ancora si
chiede se il sogno dei nostri Padri Fondatori è vivo ancora oggi, che
ancora mette in discussione il potere della nostra democrazia, stanotte ha
avuto la sua risposta (…) Questa è la risposta data da giovani ed
anziani, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, bianchi, neri, asiatici,
nativi americani, gay, dalle persone oneste, disabili e non disabili, dagli
Americani che hanno voluto mandare un messaggio al mondo, cioè che noi
non siamo mai stati un’ accozzaglia di individui o di stati rossi e stati
blu. Noi siamo e sempre saremo gli Stati Uniti d’ America”.
Tuttavia, Obama mette in guardia i suoi elettori circa il percorso da
intraprendere: “La strada sarà lunga. Potremmo anche non raggiungere
i nostri obiettivi in un anno o durante un unico mandato. Ma, America, non sono
mai stato tanto fiducioso quanto stanotte. Ci saranno dei problemi, ci saranno
molti che non saranno d’ accordo con le decisioni che prenderò e
sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma io
sarò sempre sincero con voi circa le sfide che dovremo
affrontare”.
Il
Financial Times
riprende le parole del neo-presidente Obama che parla dell’ inizio di
“una nuova alba dopo una vittoria storica. C’è voluto molto
tempo, ma stanotte, per via di ciò che abbiamo fatto durante queste
elezioni, in questo preciso momento, il cambiamento è arrivato in
America. Anche se oggi festeggiamo la vittoria sappiamo che le sfide che il
domani ci riserva sono le più difficili di sempre: due guerre, un
pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo”.
Il
medesimo quotidiano riporta anche le parole di eminenti personalità del
mondo politico globale, tra queste Barroso, che afferma: “Abbiamo bisogno
di trasformare la crisi attuale in un’ opportunità di cambiamento.
Abbiamo bisogno di un nuovo corso per un nuovo mondo e mi auguro sinceramente
che con la leadership di Obama gli Usa uniranno le loro forze all’Europa
per guidare questo nuovo corso”. Il Primo Ministro britannico Gordon
Brown ha salutato la vittoria di Obama come “un evento storico, un
momento che vivrà nella storia finchè i libri di storia verranno
scritti”.
The Guardian tenta di mettere in risalto le future linee guida
della politica estera di Obama, che si è dichiarato ansioso di evitare
gli errori di Clinton e Bush. Le idee principali prevedono:
·
Il ritiro delle
truppe statunitensi dall’ Iraq entro sedici mesi, con un sostanziale rafforzamento
del contingente in Afghanistan, correggendo quello che a detta del
neopresidente è stato “uno dei più grandi errori strategici
della presidenza Bush. Lo sforzo bellico sarà più concentrato su
al-Qaida ed i suoi alleati”;
·
Un maggiore
impegno in Medio Oriente;
·
Un dialogo aperto
con Siria ed Iran;
·
“Lotta al
terrorismo, proliferazione del nucleare, cambiamenti climatici, dipendenza da
risorse non rinnovabili, tutte questioni che non possono essere affrontate da
un solo Paese che agisce unilateralmente. I problemi che fronteggiamo
all’ alba del ventunesimo secolo non possono essere contenuti da confini
nazionali”.
The Guardian sostiene che lo scopo della presidenza Obama
sarà di “restaurare la leadership mondiale degli Usa in un mondo
che non è più unipolare. Tale obiettivo sarà raggiunto non
essenzialmente con la forza militare, bensì attraverso un lavoro di
dialogo e di collegamento tra i governi, sia all’interno che al di fuori
delle organizzazioni internazionali”.
Irish
Independent titola:
“La vittoria di Obama incrementa le aspettative delle minoranze del
mondo”. Tale risultato è stato accolto
con favore dal primo senatore nero eletto in brasile, Paulo Paim, il quale
afferma:“L’ elezione di Obama rompe ogni tabù e dimostra al
mondo intero che un’altra realtà è possibile”.
Nella vicina Colombia, William Bush, ex diplomatico, percepisce una
“sensazione di ottimismo” per la popolazione di colore del
Sudamerica. Negli Usa ora esistono le condizioni favorevoli alle minoranze per
superare ogni tipo di barriera”.
L’ Irish
Times sottolinea la “schiacciante vittoria di un afroamericano sul
nativo americano. Quella di Obama è stata una vittoria netta, quasi una
valanga di voti, pur se in quattro Stati chiave (Indiana, Virginia, Nord
Carolina e Florida) è stata battaglia voto a voto. Il successo di Obama
in Virginia è stata la mazzata finale alle speranze repubblicane”.
“Obama ha superato di slancio la soglia magica di 270 voti elettorali,
che gli spalanca la strada verso Washington e
Il quotidiano russo Moscow Times analizza le possibili relazioni tra gli Usa dell’ era
Obama e
Il Times analizza
invece le possibili motivazioni che avrebbero portato alla vittoria di Barack
Obama, escludendo a priori la tesi secondo la quale tale esito sarebbe dovuto
al fallimento del candidato repubblicano McCain. Le ragioni individuate sono
essenzialmente quattro:
·
Il popolo
americano sta letteralmente diventando diverso. Il cambiamento più ovvio
riguarda il carattere multietnico della società, ragion per cui molti
elettori si identificano con la figura di un homo novus, definito come un
“figlio della globalizzazione”.
·
Il mondo sta
cambiando e con esso il ruolo dell’America. Gli Usa in queste elezioni
non stavano semplicemente cercando un candidato in grado di comandare,
piuttosto cercava un leader che potesse contemporaneamente comandare e meritare
il rispetto da parte di tutto mondo.
·
La politica
americana è stata ultimamente caratterizzata dall’ascesa della
classe media, la quale si è espansa notevolmente in tutta la
società e si è identificata meglio nella figura di Obama.
·
Le questioni
più importanti della strategia dei Repubblicani (tagli alle tasse, lotta
al crimine, riforme sulla sicurezza sociale, bandire l’ aborto, sostenere
il matrimonio) non fanno più presa sull’ opinione pubblica
statunitense. Soprattutto sull’ elettorato femminile, da sempre favorevole
all’ aborto.
Le elezioni
statunitensi hanno dunque proposto al mondo la via per il cambiamento, non
resta che attendere il nuovo presidente al varco di quelle sfide che Obama
intende affrontare per capire la reale portata innovativa della sua era.