Una settimana di editoriali
da
di Gabriele Mirabella
Politica in primo piano negli
editoriali del quotidiano romano "Il Messaggero". Al centro
dell'attenzione il riordino dell’assetto universitario e la questione delle
infrastrutture, ma anche gli assetti sindacali e i modi di
risoluzione della crisi economica internazionale. Tra le firme dei “corsivi” di questa settimana, anche
l’ex Primo Ministro spagnolo Josè Maria Aznar.
Lunedì 10 novembre 2008. Il costituzionalista Francesco Paolo Casavola commenta il discorso del Papa sul
settantesimo anniversario della “notte dei cristalli”, durante la quale in
Germania vennero infrante le vetrine di tutti i negozi gestiti da ebrei. “Egli
come tedesco”, si legge nell’editoriale, “non si sottrae alla responsabilità
storica del suo popolo in ordine alla tragedia della Shoah”.
Inoltre, viene messo in risalto “l’ufficio che Joseph Ratzinger esercita quale Capo della Chiesa
cattolica”, in particolar modo per quanto concerne il rapporto tra
Cristianesimo ed Ebraismo. “Come la Chiesa cattolica potrebbe dimenticare gli
Ebrei? Sarebbe come disconoscere la propria genealogia”, prosegue Casavola, concludendo: “Le religioni hanno cittadinanza
nel genere umano, quale si è oggi evoluto, se predicano e praticano la
tolleranza, l’accoglienza, la benevolenza, la solidarietà, in una parola più
comprensiva e impegnativa l’amore per il prossimo e per il lontano, per il
connazionale e lo straniero, per il simile e il diverso.
Occorre dare atto alla
Chiesa cattolica ch’essa è in prima linea tra le religioni mondiali per questa
buona causa.”
Martedì 11 Novembre 2008. L’economista Andrea Monorchio
e l’esperto di pubblica amministrazione Luigi Tivelli
si occupano del problema delle infrastrutture in Italia, problema per risolvere
il quale la Commissione Europea ha escluso gli investimenti per le
infrastrutture dai vincoli del Patto di stabilità. I due editorialisti si
scagliano contro la cultura del NIMBY, ovvero Not In My Back Yard (non nel mio cortile): “in Spagna il tempo
medio per l'effettivo avvio di una infrastruttura è di tre anni, [mentre] in
Italia è non meno di 7-8 anni. Basti pensare ai casi dei termovalorizzatori,
al caso della Salerno-Reggio Calabria, al caso della Tav, ecc.
Siamo l'unico Paese al
mondo in cui bastano un comunello di 3 mila abitanti,
o una troppo occhiuta sovrintendenza archeologica, o una qualsiasi azione per
danno ambientale, per bloccare la Tav o una linea di
metropolitana”.
Sempre contro la
cultura del NIMBY la considerazione pro-nucleare: “nei prossimi anni si porrà
mano al varo di centrali nucleari. Vogliamo che la voce urlata degli
amministratori del comunello x, o degli ambientalisti
dell'associazione y, costringano gli italiani a continuare a pagare la bolletta
energetica più cara d'Europa?”
Mercoledì 12 Novembre 2008. Josè Maria Aznar, ex Primo
Ministro spagnolo, nel ricordare la scomparsa di Milton Friedman,
si schiera controcorrente nel dibattito, tornato a galla con la crisi
internazionale, sull’importanza (ed efficienza) degli interventi statali
nell’economia. Paragonando la crisi attuale a quella del ’29, Aznar sostiene che “fu lo Stato a mancare al proprio
ruolo di controllore di un sistema profondamente regolamentato dallo Stato
stesso”. Di conseguenza l’unica quella del controllo viene citata come “l’unica
funzione che gli era stata giustamente affidata”. La ricetta per risolvere la
crisi sarebbe quella che, secondo lui, alcuni Stati (che non vengono citati)
stanno progettando di seguire: “Decideranno di correggere gli errori dello
Stato nella sua gestione della politica monetaria, nella sua attività di
supervisione e regolamentazione e nelle sue politiche pubbliche, compresa
quella della casa, rafforzeranno informazione e trasparenza dei mercati e le
integreranno con dosi massicce di libertà economica”.
Giovedì 13 Novembre 2008. Giorgio Benvenuto,
sindacalista, riflette sulle nuove sfide che il sindacato deve raccogliere:
“Oggi, ad esempio, il sindacato usa spessissimo la parola ”difesa”. […]A mio
giudizio sarebbe meglio dismettere il verbo
”difendere” e impadronirsi di un altro termine: “valorizzare”.”
Vengono auspicate
nuove (e meno invasive) modalità di agitazione: “La scelta di gruppi di
lavoratori di appiedare migliaia di altri cittadini-lavoratori segna uno
spartiacque con i loro colleghi che se scioperano colpiscono solo l’azienda per
la quale lavorano”. I sindacati vengono richiamati alla responsabilità: “La
scelta di gruppi di lavoratori di appiedare migliaia di altri
cittadini-lavoratori segna uno spartiacque con i loro colleghi che se
scioperano colpiscono solo l’azienda per la quale lavorano”.
Infine, Benvenuto
sprona i sindacati: “non vedo perché il sindacato confederale non possa dotarsi
di una nuova linea strategica più articolata ed incisiva di quella odierna. Nel
vecchio sindacalismo vigeva una massima che resta intramontabile: «Mai rimanere
fermi»”
Venerdì 14 Novembre 2008. E’ di nuovo Casavola a curare
l’editoriale de “il Messaggero”, occupandosi stavolta della sentenza della
Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro. “Si deve rispetto ai giudici” scrive Casavola.
“Ricordiamoci che 2.500 anni fa Socrate andò a morire per una
sentenza ingiusta insegnando a chi lo accompagnava nel supremo commiato che se
si disobbedisce ai giudici uno Stato è del tutto dissolto”. Viene messa in
evidenza la difficoltà per i giudici di pronunciarsi su una questione che non è
regolata da alcuna norma giuridica, trovandosi quindi costretti a ricorrere ai
principi generali dell’ordinamento giuridico italiano. Conclude auspicando,
quindi, una legislazione in materia: “Molti e tra i più gravi problemi di
bioetica richiedono formulazioni univoche, non ambigue, che non alimentino interpretazioni
contraddittorie […]. Scienza, religione, cultura umana e civile, debbono
potersi incontrare nelle aule parlamentari, scavalcando schieramenti di partito
chiamati su altri frontiere a legittimamente contrastarsi, ma qui invece
severamente tenuti a veicolare le sole ragioni del bene comune.
Sabato 15 novembre 2008. Giovanni Sabbatucci, professore universitario, commenta la situazione
attuale dell’Università italiana: “Ottomila e cinquecento corsi di laurea per
180 mila insegnamenti; nuovi atenei o sedi distaccate dei vecchi venute su come
funghi nei luoghi più improbabili; insegnanti reclutati o promossi con
procedure poco limpide e senza alcun nesso con le effettive esigenze
didattiche.”
Secondo Sabbatucci la soluzione non sta né nella riforma Gelmini né nelle proposte dei suoi critici: bisogna
partire da “nella distribuzione territoriale delle sedi. Ne sono nate troppe,
senza biblioteche e laboratori e senza un contesto culturale di supporto, sotto
la spinta congiunta di un ceto politico locale e nazionale in cerca di facili
consensi (una sede universitaria è un fiore all’occhiello e un’occasione per
creare posti di lavoro in loco) e di un corpo accademico desideroso di autoriprodursi.”. Proseguendo con “le procedure di
reclutamento e di progressione in carriera. Anche in questo caso, finché il
sistema resta pubblico, dovrebbe valere il criterio di far prevalere le logiche
nazionali su quelle locali che hanno consentito in questi ultimi anni la
moltiplicazione indiscriminata delle cattedre soprattutto nelle fasce
superiori.” Inoltre Sabbatucci auspica
l’applicazione universale del criterio del merito, “non solo nelle procedure
concorsuali: dunque anche nella valutazione dell’attività di atenei, facoltà,
dipartimenti e singoli docenti, con effetti sull’erogazione delle risorse”.